In sintesi
- 🎬 Morbo K
- 📺 Rai 1, ore 21:30
- 📝 Miniserie storica che racconta la vera storia dell’invenzione del “Morbo K”, una malattia fantasma creata per salvare gli ebrei dai rastrellamenti nazisti nella Roma del 1943, mostrando coraggio, creatività e resistenza civile attraverso la tensione di un thriller e la profondità di un racconto corale.
Morbo K, Francesco Patierno, Giacomo Giorgio e la memoria tragica della Roma del 1943 tornano protagonisti questa sera su Rai 1 con gli episodi 3 e 4 della miniserie evento dedicata all’incredibile – e verissima – invenzione della malattia fantasma creata per salvare gli ebrei dai rastrellamenti nazisti. Ed è proprio uno di quei titoli che non solo riempiono il prime time, ma che meritano di essere seguiti con attenzione quasi “nerd”, per cogliere tutti i livelli di lettura e la cura maniacale che Patierno ha impresso al progetto.
Perché stasera “Morbo K” è la scelta più potente in TV
La storia del professor Matteo Prati – ispirata alla figura reale di Giovanni Borromeo, Giusto tra le Nazioni – è una di quelle pagine talmente incredibili da sembrare scritte da uno sceneggiatore, e invece sono gli sceneggiatori ad aver dovuto rendere drammaticamente accessibile una verità che già da sola sprigiona tensione e umanità. Patierno e il cast, da Vincenzo Ferrera a Dharma Mangia Woods, attraversano la Roma occupata con una regia compatta, realistica, immersiva, fatta di camera a mano, palette cromatiche desaturate e un’atmosfera costante di minaccia che non lascia tregua.
Gli episodi in onda oggi segnano il punto di massima tensione: il ghetto viene sigillato, Kappler stringe la morsa, l’ospedale Fatebenefratelli diventa un rifugio disperato e il “Morbo K” entra ufficialmente nella leggenda come geniale forma di resistenza civile. È qui che la fiction trova la sua forza: mostrare come la creatività, la competenza e il coraggio possano salvare vite anche quando tutto sembra perduto.
Cosa succede negli episodi 3 e 4 su Rai 1
L’appuntamento di stasera (ore 21:30) è il più denso emotivamente. La costruzione narrativa degli episodi precedenti prepara il terreno a un crescendo che Patierno gioca come un thriller storico, calibrando bene la dimensione intima – la storia d’amore difficile tra Pietro e Silvia – con quella collettiva e politica.
- Ep.3: il ghetto viene chiuso, iniziano le deportazioni, i rifugiati simulano sintomi inesistenti per evitare l’ispezione nazista, mentre Ester Calò tenta una mossa disperata per proteggere Marcolino.
- Ep.4: un soldato tedesco, protetto da una maschera antigas, entra nel reparto infetto. La scena – ricostruita con rigore documentaristico – è una delle più potenti della miniserie: i malati finti recitano febbri e tremori, lui fugge atterrito, ma una nuova minaccia si avvicina e il piano rischia di crollare.
Il modo in cui gli attori restituiscono la paura, il silenzio e l’urgenza di sopravvivere è uno degli elementi più riusciti della serie, soprattutto perché costruito senza retorica. Giacomo Giorgio, forte del successo di “Mare Fuori”, porta un’energia ruvida e immediata; Ferrera dà spessore a un personaggio che è ponte tra scienza e coscienza; Dharma Mangia Woods riesce a esprimere con delicatezza la fragilità e la determinazione di chi non può permettersi di sbagliare.
Una messa in scena che parla al presente
C’è un dettaglio che colpisce più di tutti: Patierno non vuole solo raccontare un episodio storico, ma ricostruirlo con una fedeltà emotiva che guarda al pubblico di oggi. Le scelte visive – dalla fotografia di Renata Salvatore ai costumi di Sabina Cellitti – creano un continuum di tensione che trasforma ogni corridoio dell’ospedale in un labirinto morale. È cinema portato nella fiction televisiva, con un taglio che richiama i grandi racconti civili italiani.
Da nerd della serialità, colpisce quanto “Morbo K” lavori sugli spazi chiusi, sulle porte socchiuse, sulle ombre: è quasi un esercizio di regia sul non mostrare per far immaginare. E quando deve mostrare, lo fa con un rispetto quasi chirurgico. Il soldato con la maschera antigas è destinato a diventare una delle immagini iconiche della TV italiana recente.
Il lascito culturale di una storia necessaria
La forza di “Morbo K” sta nella sua doppia natura: fiction che emoziona e documento che interroga. Non è la semplice ricostruzione di un fatto storico, ma l’esplorazione di una zona grigia in cui le persone comuni hanno fatto scelte straordinarie. Il messaggio è quello che le grandi storie ci consegnano sempre: la Storia non la fanno solo i generali, ma chi ha il coraggio di dire no quando serve.
Per questo, la visione di stasera su Rai 1 non è soltanto consigliata: è una di quelle serate televisive che hanno un valore culturale preciso. E mentre si avvicina il finale, l’impressione è che “Morbo K” sia destinato a rimanere nella memoria della TV italiana come una delle fiction più riuscite degli ultimi anni, capace di unire rigore, emozione e un impatto narrativo davvero forte.
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